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Un morto da salvare

Io come scrittore

Un morto da salvare


Prologo


Un grande ospedale, vi accade di tutto o quasi. Non vi è mai successo di trovarvi in una di queste enormi e complesse strutture e vi accorgiate distrattamente che qualcosa non quadri? Che il personale di servizio vi sfugga di vista e le corsie si allunghino assottigliandosi? Situazioni surreali, impossibili, e il nostro infermiere Ugo vi si trova immerso anche emotivamente: c'è di mezzo un amico e un'infermiera della quale è innamorato. Il primo si accorge di essere deceduto, e la seconda di essere a sua volta apparentemente innamorata del nostro infermiere il quale non le piace affatto. Ugo l'altro giorno l'ho avuto qui nel mio ufficio e mentre narrava, tamburellava nervosamente con le dita sulla mia scrivania, ed era seduto sulla punta della sedia. Cercava aiuto e perché proprio dal sottoscritto? Ma perché sono il migliore sulla piazza e specialmente perché sono suo amico, forse l'unico che non l'abbia mai canzonato.
Seguitemi, leggete cosa mi ha riportato e giudicate un po' voi.

Cap.1 Un morto indigesto

«Infermiere, dove va con quel letto?» Il caporeparto di oncologia era sulla soglia dell'uscio del suo ufficio con sguardo accigliato e osservava tutto. Egli ricopriva un ruolo importante e di responsabilità e non perdeva occasione di rimarcarlo. Di corporatura robusta, brizzolato e di bell'aspetto. Non gli sfuggiva nulla
«Trasporto il paziente deceduto della stanza cinque, il signor Garbin».
«Camera mortuaria e di corsa, poi svelto a sistemare la stanza». Il caporeparto sembrava un sergente istruttore dell'esercito e mentre parlava, non un muscolo del corpo si muoveva. Era una statua. Solo si alzava sulle punte dei piedi per poi abbassarsi quando zittiva.
«Si certo». L'infermiere imboccò ubbidiente un corridoio molto lungo, ai cui lati, vi erano delle porte numerate tutte chiuse. Mentre spingeva il letto col morto, ebbe tempo di salutare vari colleghi ma Elena, un'infermiera graziosa dotata di parecchia femminilità, lo fece col migliore dei sorrisi.
«Morto da poco?» fece Elena indicando il letto con un dito molto femminile.
«Già, e tocca a me traslocarlo».
«Sono stati avvertiti i parenti?» anche la bocca e la voce erano femminili. La sua componente maschile, l' Animus, arrancava.
«Ancora no. Intanto lo porto giù, al piano meno due. Ciao Elena, ci si vede dopo». Elena che sapeva di essere carina e di piacere a tutti ma a Ugo in special modo, si prodigò in un sorriso malizioso che non la comprometteva di certo. Poteva permettersi tutto.
Ugo, l'infermiere, spinse col bordo anteriore del letto il grande maniglione anti-panico di una robusta porta accedendo ad un'altra corsia. La percorse tutta, era lucida e bianca, niente porte laterali.
-Poveraccio- pensò guardando la salma- mi ci ero affezionato. Garbin da vivo aveva fatto la bella vita. Insisteva sempre che bevessi il caffè che la sorella gli portava lì in ospedale. Buono, forte, casalingo. Da vivo era un dongiovanni incallito, sempre vestito bene, capelli neri, tinti, cravatta chiara, e impeccabile nel vestire. Peccato avesse quel brutto male.- Ugo entrò nel grande ascensore dedicato al trasporto delle barelle, con tutto ciò che recava e premette il tasto meno due. Là sotto nessuno si recava volentieri. C'era la Tac, la Risonanza magnetica, poi la camera mortuaria, l'obitorio e il centro trasfusionale. E inoltre la luce era finta, artificiale. Uscì e si diresse e sinistra. Incrociò dei colleghi dallo sguardo impassibile, guance scavate e prigionieri del sottosuolo e chissà di cos'altro. Non lo videro e tirarono dritto. Un brivido lo percorse per tutto il corpo. Il pavimento era grigio-fumo, le pareti erano grigio-fumo; si voltò indietro e notò che le divise dei colleghi lasciati alle spalle erano grigio-fumo anch'esse. Infilò un corridoio laterale e incrociò gli stessi colleghi di prima. Li salutò e loro risposero strabuzzando gli occhi. Aprirono bocca ma non dissero nulla, stessa espressione di due pesci. Scomparvero dietro l'angolo della curva portandosi appresso quelle loro divise grigio-fumo puzzolenti di fumo- grigio. Doveva stare attento perché il pavimento era scivoloso, una polvere finissima creava una patina subdola. Arrivato davanti alla porta della camera mortuaria, premette il campanello e rimase pazientemente in attesa. Passati interminabili minuti e visto che nessuno si faceva vivo, lo premette di nuovo aggiungendoci una bussata con le nocche. Poi fattosi coraggio, abbassò la maniglia. La porta era chiusa. Si armò di pazienza e attese un bel po' fino a quando vide arrivare gli infermieri di prima. Ci si avvicinò e chiese
«Scusate, per caso sapete quando arriva il responsabile di qui dentro?» Col dito indicò la porta della camera mortuaria. I due colleghi si fermarono, guardarono prima la porta e poi Ugo. Uno dei due aprì bocca per rispondere. Il nostro infermiere aspettava riscontro alla sua domanda e notò che il colorito della pelle dei due tizi era anch'esso grigio-fumo, ma di una varietà più chiara. C'era da scommetterci che il caffè del distributore automatico che c'era là nel sottosuolo, fosse anch'esso grigio-fumo.
«Responsabile...cosa?»
«Responsabile, l'addetto alle salme». L'altro collega, quello che era rimasto zitto, alzò un braccio e col dito toccò la porta.
«Il becchino? Cerca il becchino?» Ugo pensò fosse un soprannome. Becchino doveva essere il soprannome del responsabile della camera mortuaria.
«Sì, sì certo. Non c'è? Quando apre?
«Becchino non c'è, è assente».
«Si ok ho capito, ma quando torna?» I due tizi si guardarono, poi uno dei due esclamò:
«Becchino si è recato in portineria per una pratica».
«Io non posso stare qua, ho da fare cose urgenti. Posso affidarvi la salma oppure lasciarla qui incustodita? Vado ad avvertire becchino e torno». Ma i due si erano incamminati da dove erano venuti. Dopo pochi passi già non li si notava più confusi tra i monotoni colori dell'ambiente. Cosa fare? Ugo decise di tornare indietro rifacendo il percorso a ritroso per poi deviare verso la portineria, e di gran fretta. Voleva risolvere al più presto la questione. Fece quindi dietro- front e riprese l'ascensore. Quando sbarcò al piano terra, notò che dov'era la portineria, c'era una gran folla, e realizzò che non sarebbe proprio riuscito a passare, la barella era troppo ingombrante. Il piano era colmo di gente e la portineria era là davanti a circa quindici metri, vicina ma inarrivabile. Impensabile farsi strada. Rifletté a lungo e poi prese una decisione, l'unica che gli parve sensata. Parcheggiò il letto rasente la parete e prese il morto in spalla. Pesava parecchio e sì che lì in ospedale la dieta consisteva in purè e pollo lesso, non c'era pericolo di ingrassare. Povero Garbin, era ridotto alla stregua di un sacco di patate, ma lui, Ugo, aveva avuto l'accortezza di avvolgerlo per bene nel suo sudario, era il minimo che potesse fare. Si fece largo tra la folla sbatacchiandolo a destra e a manca. La testa avvolta di Garbin si trovò appoggiata sulla spalla di una ignara signora che dall'altezza che aveva, si prestava bene a sorreggerla. Con i piedi del morto spingeva via la gente che aveva davanti e quando arrivò al bancone della portineria, emise un sospiro di sollievo e vi sbatté sopra la salma che fece un tonfo sordo. Si sentì liberato del gran peso. Il portinaio lo guardò di lato senza però dargli troppo retta perché subissato dalla pressione della gente. Spiegava agli astanti che la situazione era di emergenza e nulla dipendeva da lui. Ugo parlò ad alta voce, voleva farsi sentire. Nonostante il portinaio non gli prestasse attenzione, egli sbraitò forte chiedendo dove fosse il responsabile della camera mortuaria perché aveva lì sul bancone una salma. Il titolare dell'ufficio di accettazione e tutte le decine di persone che stavano lì attorno d'un tratto tacquero. Per un problema di rete si era verificato un collasso nella gestione dei servizi e tutta quella gente chiedeva notizie dei propri cari in quanto le visite nelle stanze erano state interdette. Il portinaio fece occhi increduli e mormorò:
«Volete dire che quella cosa che avete appoggiato su questo bancone è un cadavere?» Tutte le teste delle persone che erano in quel grande ambiente, viste dall'alto, potevano sembrare pezzettini di limatura di ferro che si orientavano verso la calamita.
«Certo- fece Ugo- non sapevo dove appoggiarlo. Comunque tranquillo, è fresco, morto da poco ed in vita era una gran brava persona». Una donna dall'apparente età di cinquant'anni si fece largo tra la folla chiedendo gentilmente permesso e si avvicinò al cadavere scoprendogli il viso mormorando: «Grazie al cielo non è mio figlio». Prese l'esempio un'altra donna anziana con un velo che le copriva la testa fino alle spalle: anch'ella volle vedere la faccia del morto. Altre persone imitarono le due donne e si avvicinarono minacciose e altre ancora dal fondo del salone si alzavano in punta di piedi. C'era chi saliva su una sedia nella speranza di capire chi fosse il defunto. Era tutto un via- vai di persone che si avvicinavano a visionare i connotati del cadavere. Una vera e propria processione. Addirittura ci fu un' anziana signora che si mise a gridare sostenendo che il cadavere si fosse mosso. Aveva notato uno sbattere di palpebre, e se era ancora vivo bisognava misurargli il battito cardiaco. Un infermiere sbucato dal nulla tastò il polso e dopo essere salito in piedi sul bancone del portinaio, dichiarò a gran voce che il cadavere era morto del tutto. Ci furono obiezioni e domande sul significato analitico delle parole. Ma l'infermiere subito dileguò. Una donna si lamentò che qualcuno l'aveva palpeggiata e tutti si misero a ridere. Un uomo, sui cinquanta, salì sulla scrivania e raccontò una barzelletta sui morti ma nessuno se la sentì di ridere. Quest'ultimo venne scalzato dal suo posto da un operaio in tuta e con la coppola che sostenne l'uguaglianza tra padroni e operai e dichiarò legittimissimo lo sciopero delle maestranze in quanto tutti avevano diritto ad uno stipendio dignitoso. Allorché gli fecero notare che il servizio era sospeso non per sciopero, bensì per un blackout del sistema informatico. Salì subito un giovane di bell'aspetto che spinse giù l'operaio e impossessatosi della salma, la issò di modo che potessero vederla tutti. Ci furono svenimenti da parte di parecchie donne e il giovane fu ammonito dalla poca delicatezza del suo gesto. Nel frattempo un ometto calvo e occhialuto e col camice grigio-fumo,si fece avanti dichiarando di essere il responsabile del ritiro salme e capii si trattasse di becchino. Protestò su ciò che succedeva, ma fu subito allontanato in malo modo da alcuni facinorosi i quali presero posto sul bancone mettendosi a saltellare brandendo un fiasco di vino. La salma era sostenuta di modo che risultasse in piedi tanto da dare l'impressione che si fosse messa a ballare. Le fu tolto il sudario e rimase in pigiama e le fu legata ad una mano il fiasco ancora pieno a metà. Poi fu chiamata sul bancone la donna che era stata palpeggiata, lei salì e venne aiutata da un grassone che la buttò su spingendola per le chiappe. Subito uno di quelli che erano sul tavolo la prese e l'avvicinò al morto e con una corda che sbucò improvvisamente da chissà dove, la legò per la vita ben stretta al cadavere. Lei urlava e mentre lo faceva, le veniva versato in bocca il vino dal fiasco sorretto dal morto. Intanto tutto quel tumulto di gente non restava certo impassibile. C'era chi cantava, chi bestemmiava e chi ancora tentava di avvicinarsi al defunto. Ugo si era fatto in parte, pensava che tutto quel che accadeva non fosse dovuto a sua responsabilità. Vide improvvisamente becchino che tentava di rialzarsi da terra. Gli si avvicinò subito vicino aiutandolo nell'intento e presolo per le mani, lo issò. Questi faceva parte del personale che operava nel sottosuolo ed era perciò anch'egli come già detto color grigio-fumo. Senza ringraziare si fece spazio tra la calca e scomparve alla vista. Dalla moltitudine vennero fuori i due infermieri anch'essi del sottosuolo e gli si accodarono indolenti. Ormai l'ambiente era un vero e proprio bailamme e sul palco vi erano cinque persone di cui una non- viva. La donna, quella alla quale le avevano palpato il culo, ormai ubriaca si era lasciata andare e rideva a crepapelle. Ad un certo punto Ugo salì anch'esso sul bancone per porgere alla donna il borsello che aveva perso montando sul tavolo, ma venne subito ricacciato. Il borsello cadde nuovamente a terra e si aprì dando mostra del contenuto. Ugo raccolse tutto e non poté fare a meno di leggere ciò che vi era scritto sulla carta di identità.
Ugo conosceva abbastanza bene il signor Garbin, era stato un uomo galante che lo aveva preso in simpatia e perciò gli aveva confidato alcune cose. Gli aveva raccontato di avere moglie e figli, ma si lamentava che nessuno era mai venuto a trovarlo tranne la sorella che Ugo aveva già avuto modo di vedere; quest'ultima gli portava piccole cose da mangiare e il suo meraviglioso caffè. Sapeva anche che la moglie era afflitta e in depressione e che appena ristabilitasi, si sarebbe recata a trovarlo. Lei soffriva perché il marito la tradiva ripetutamente e lui era dispiaciuto e voleva cambiar vita, dedicarsi completamente alla famiglia. Era giusto così e Ugo annuiva e plaudiva. Ma con quel male sciagurato Garbin era relegato all'impotenza. Avrebbe voluto vedere la moglie ora che il suo stato di salute vacillava. E proprio il giorno prima le aveva telefonato giurando di amarla e che non l'avrebbe mai più tradita. La moglie commossa era scoppiata a piangere e tra le lacrime aveva promesso al marito che sarebbe certamente venuta al più presto. Era una bella donna e tutti le guardavano il culo e volevano palpeggiarla. E ora lei meschina, ubriaca e ignara, si era lanciata in una grottesca danza col suo uomo finalmente tutto suo e completamente abbandonato ad essa. Ma lei, come detto, ignara di ciò perché non aveva avuto il coraggio di guardare il volto di quel morto.
Ugo aveva in mano la carta di identità di quella donna, e subito dopo averci dato un'occhiata, assunse un'espressione drammatica. Non poteva essere vero, il destino era stato beffardo. Decise allora di farsi strada con la forza e di andare a riprendersi la salma. Ci riuscì e se la caricò in spalla. Garbin dormiva serenamente, gli venne da accarezzarlo per poi ricoprirlo del tutto. Tornò a fatica alla barella, ricompose alla meglio il morto ed entrò nell'ascensore. A Ugo parve incredibile che la donna non avesse riconosciuto il marito. Non lo aveva mai guardato in faccia perché inorridita dalla macabra situazione e anche perché era in evidente stato di alterazione per via dell'alcol. L'infermiere non sapeva decidersi dove andare e meccanicamente tornò al reparto oncologico. Per strada incontrò Elena. Quest'ultima aveva una cartella con dei fogli A4, moduli e referti. Si appoggiò col sederino al letto e mormorò:
«Ugo, ma non sei andato nella camera mortuaria?» Le sue dita stringevano una matita; lui adorava fin dall'adolescenza il profumo delle matite, che lei maliziosamente portò alla bocca. Al nostro infermiere parve che quella bocca racchiudesse parecchia voluttà, e si smarrì.
«Allora Ugo- incalzò l'infermiera- non rispondi?» Ugo quando non faceva l'infermiere, andava in bar a giocare a biliardo, a farsi un cicchetto e a parlare con gli amici; ma di donne nella sua vita nemmeno l'ombra. Le donne che conosceva erano tutte infermiere ed Elena era speciale, la più bella che avesse conosciuto. Egli non sapeva come spiegare quando tutt'a un tratto Elena emise un gridolino acuto e scappò via appoggiandosi una mano sulla natica. Le si alzò un po' la gonna e a lui sembrò di vedere uno scorcio di paradiso. Era troppo: voluttà e paradiso, due sogni oltre l'arcobaleno, oltre la pignatta piena d'oro. Riportò il letto esattamente dove lo aveva prelevato. Voleva cominciare daccapo, Garbin meritava ben altro che essere alla mercé di quella plebaglia rumorosa giù in portineria. Vide il thermos del caffè della sorella, sul lavandino, lo aprì e ne uscì del vapore profumato. La sorella di Garbin, non si sa come, doveva essere nel frattempo stata nella stanza. Ne approfittò e ne bevve un buon sorso. Si sentì subito meglio e guardò fuori dalla finestra. Là fuori probabilmente la vita fluiva in maniera indolente, a nessuno importava di ciò che succedeva all'interno di un ospedale con le sua voluttà e i suoi paradisi. Elena era bella ma non alla sua portata. Se fosse entrata le avrebbe offerto un po' di caffè, era buono e lei forse sarebbe stata più paziente con lui. Ma erano sogni, utopie. Ci sarebbe voluto qualcosa di positivo per tirarlo su, anche fosse stato impossibile. Ugo si accontentava di qualunque cosa, ma era triste, tutto ciò che possedeva fino al giorno prima era l'amicizia con Garbin; i suoi discorsi, i consigli, le raccomandazioni e il caffè. Tornò al capezzale e mentre gli spuntava una piccola lacrima, sistemò le lenzuola e la coperta come faceva sovente. Erano soli; solo loro due in quella asettica stanza di quel complesso sanitario che tanto timore poteva incutere a coloro che vi entravano, e la porta era chiusa. Rassegnato, tornò al lavandino e riprese il thermos, quel caffè era proprio buono, fumava ancora. Se ne versò un altro po' e mentre beveva, rimase di sasso quando udì:
«Ne versi una tazza anche per me?»

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